Tutti i nostri ieri


La mia droga si chiama Ferzan Özpetek. L’ho capito l’altra sera rivedendo (dopo quante altre volte?) Saturno contro. E qualche sera prima, altrettanto instancabilmente, Le fate ignoranti. Se poi in tv danno Mine vaganti, beh, si ferma tutto, il mondo può anche girare al contrario, per quanto mi riguarda, e nemmeno me ne accorgerei.

Possiamo sempre cercare motivi logici e oggettivi, interrogandoci sull’origine delle nostre predilezioni, tanto serve a poco, o a niente. Si potrebbe parlare di quei seduttivi movimenti di macchina che avvolgono i personaggi come in un abbraccio, o un amplesso, carezzevoli e inclusivi, sempre rivelatori; si potrebbe indagare sulla capacità straordinaria di far recitare gli attori, che pochi registi hanno (solo Woody Allen è riuscito storicamente a far recitare Madonna). Chi avrebbe mai scommesso su Ambra Angiolini? Invece Özpetek ha dimostrato che sa essere una squisita interprete, se ben diretta: malinconica e autoironica al punto giusto, senza strafare. E soprattutto senza fare la gigiona.

Si potrebbe poi dire della scelta felice di luoghi e tempi, case e arredamenti, vecchie fotografie, vecchie storie, vecchie star del cinema italiano che quasi tutti avevano dimenticato. E che lui sa riportare in scena, magari per l’ultima volta, come è accaduto con Massimo Girotti nella Finestra di fronte. Tutti vorrebbero invece che Ilaria Occhini tornasse di nuovo nei suoi film, perché è una di quelle attrici (insieme a Lea Massari, per esempio) che il cinema sembra aver apprezzato troppo poco.

Si potrebbero dire altre cose, ma in questo momento tutte mi sembrano inutili. O sarebbe troppo lungo spiegarle – fatto sta che l’unica cosa certa a mio parere è questa: Özpetek ha qualcosa di simile al celebre “tocco di Lubitsch”, indefinibile e inafferrabile. “Il non detto, il silenzio, il non visto, contano quanto le parole e le immagini” scriveva Guido Fink. È lo sguardo malioso e inconfondibile con cui solo uno straniero può cogliere la bellezza suadente di Roma, anche nelle periferie più scalcinate. Oppure è il senso impassibile della tragedia con cui fa accompagnare gli amici che vanno verso una salma amata da Gabriella Ferri che canta Remedios. Una cantante del passato, una canzone d’amore appassionato e una camera mortuaria.

Non manca mai la morte nei suoi film.

L’ultimo è Rosso Istanbul, liberamente tratto dal romanzo omonimo, pubblicato da Özpetek nel 2013. Anche lì qualcuno muore e qualcuno scompare. C’è la sensazione ineguagliabile di tornare in un luogo dopo anni e di sentirlo di colpo vivo e vicino, si direbbe intatto: è quel che prova Orhan tornando nella sua città natale. Eppure, l’amico che sparisce non sembra essere altro che il passato, ritrovato per un attimo o una sera, in realtà perso per sempre, e senza che nessuno se ne accorga: una famiglia pronta a negare tutto per sorridere, per far finta che niente sia accaduto ma all’unisono, in un divieto superstizioso, impedisce a chiunque di sedersi al posto dell’assente.

Halit Ergenç (Orhan) è stupefacente dalla prima inquadratura all’ultima; Tuba Büyüküstün (Neval) è bellissima; quanto a Serra Yilmaz (Sibel), fa semplicemente risplendere ogni film in cui appare di una luce speciale: è il daimon capriccioso e insolente della filmografia di Özpetek, con quegli occhi alieni che si potrebbero usare per far radiografie, tanto penetrano in profondità, anche in zone insondabili.

Poco importa se, come hanno scritto, questo film racconta poco della situazione attuale in Turchia: non è il suo scopo; gli studiosi di geopolitica dovrebbero farlo, ma quando c’è da parlare del presente tutti latitano. Le condizioni odierne del mondo sono talmente magmatiche e ribollenti che nessuno saprebbe spiegare quel che sta succedendo davvero, senza rischiare di cadere in fatali errori. A certi film chiediamo di farci capire cosa siamo noi, al di là di situazioni (si spera) transitorie, sempre in procinto di degenerare. E i film di Özpetek vogliono raccontare proprio questo: come diceva Gertrude Stein, l’autobiografia di tutti.

Massimo Scotti

Ferzan Özpetek, Rosso Istanbul (Istanbul Kirmizisi), 2017; produzione: R&C Produzioni, Faros Film, BMK, Imaj, in collaborazione con Rai Cinema; distribuzione per l’Italia: 01 Distribution; paesi di produzione: Italia e Turchia.

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