rAbDo al Cinema – Ella&John


Helen Mirren e Donald Sutherland  due stelle del cinema che recitano come dèi dell’Olimpo, sottotitolati in italiano perché non si perda nemmeno un’incrinatura della loro voce, mettono in scena un road movie ammericano con due emme, che fai fatica a pensare che sia stato scritto da alcuni dei più sensibili sceneggiatori italiani e girato da Paolo Virzì. Non perché la sceneggiatura non sia piena di grazia e intelligenza (lo è) e non perché non si tocchi con mano la capacità extra-ordinaria che ha Virzì nell’impastare vita e morte (la si tocca), ma perché il camper, il whisky, gli orizzonti larghi, i tramonti sui ponti infiniti, le strade (e lo vedi subito che non sono strade ma road), i filari di palme gigantesche lungo il mare (e lo capisci subito che non è mare ma oceano), Hemingway e Melville citati ogni due per tre, definiscono perfettamente i confini tradizionali del genere, quello che ogni tanto il protagonista si ferma nella piazzola davanti a un lago che sembra mare mentre sotto parte Sittin on the dock of the bay o Georgia on my mind. Che è sicuramente America, poi, lo sai anche perché in controluce, sullo sfondo, si intravede la beceraggine della campagna presidenziale di Trump e dei suoi supporter.
Ella e John è road movie nella forma e nel respiro (e nella fotografia di Luca Bigazzi, peraltro, mica paglia), ma la sostanza è una spremuta di vita per come dovrebbe essere, una sorta di manuale di educazione sentimentale da mandare a memoria come una poesia del Manzoni alle medie.

Ella e John si amano da sempre e hanno due figli ma ormai adulti, di cui lui non ricorda più i nomi perché ha l’Alzehimer e lei pensa che siano sufficientemente grandi per non occuparsene più come una chioccia. Quindi partono nottetempo e alla chetichella con il loro ormai sgarrupatissimo camper, battezzato “The Leisure Seeker”, infischiandosene dei protocolli anticancro che vorrebbero Ella barricata in ospedale in terapia intensiva.
Obiettivo Keywest, dove si trova la casa di Ernest Hemingway, scrittore adorato da John, ex ma sempre appassionato professore di letteratura, per “la sua prosa semplice che in realtà è poesia”.
La fuga manda in panico i figli, che perdono completamente il controllo dei genitori, mentre consente a Ella e John un ritorno al loro amore senza le distrazioni procurate dagli altri, dalle cose da gestire, dalle cure da fare. Un amore non così perfetto, come si scoprirà nel corso del film (ma quale lo è??), ma vivo e vegeto. Filemone e Bauci sono i riferimenti greci della faccenda, per dare un’idea del livello.
Niente femminismi, niente maschilismi: ciascuno dei due sorregge con una mano l’altro quando sta per cadere, stendendo a terra un impermeabile là dove sul cammino dell’altro si trova una pozzanghera. Vicinanza, attenzione, grazia e delicatezza da commozione permanente attraversano tutte le due ore di film.
Ma attenzione, non è un mélo, non si tratta di un racconto decadente degli ultimi giorni di una vecchia coppia malata. C’è ironia (persino goliardia), gelosia (persino furore), passione (persino abbandoni), rabbia (persino disperazione), coraggio (persino temerarietà).
E alla fine esci dal cinema con la leggerezza di chi ha visto Il tempo delle mele o giù di lì, perché il talento di Virzì – anche in questo simil roadmovieammericano – è quello di saper raccontare la folle felicità che spunta nei momenti più tragici, e l’incanto di una gioia inattesa nel dolore più grande. In equilibrio perfetto.

Elena Conenna

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