rAbDo al Cinema – Napoli Velata


Innamorata di Ozpetek dai tempi del suo “Hamam” (correva l’anno 1996) temevo, come sempre capita con gli innamoramenti, di restare delusa e quindi “vado subito appena esce, via il dente via il dolore”. E allora eccoci.

Ozpetek trasferisce la complessa cosmologia della sua città, Istanbul, nelle case e nelle vie di Napoli, toccandone altezze e bassezze, tagliando trasversalmente quartieri, ambienti e fette di umanità, dalle più dolenti e ‘leggendarie’ (essendo la leggenda nient’altro che ‘una verità senza le prove’) alle più algide e conformi ai canoni del vivere contemporaneo.

Il canovaccio del thriller psicologico funziona, e si rivela con i tempi giusti e la grazia dovuta, senza inceppamenti, fluendo insieme al ritmo sensuale della città.

È infatti il sesso, potente slatentizzatore di pulsioni profonde, il blocco di partenza di un racconto che alza il coperchio di un vaso pieno di dolori antichi, svelando il senso di una vita inconsapevolmente vissuta alla loro ombra.

La rimozione necessaria alla sopravvivenza della protagonista, che ha vissuto da bambina un doppio trauma da tragedia greca, l’ha costretta a scegliere un lavoro a contatto con la morte (di professione anatomopatologa, passa il suo tempo a fare autopsie) e la combinazione sesso/morte la porta lentamente, grazie anche all’aiuto degli altri, a guardare in faccia la Medusa. Ma quello che a Milano sarebbe classificato come disturbo dissociativo della personalità, a Napoli e per Ozpetek è solo storia femmina che incrocia miti antichi di natura magica (come il parto del femminiello), miti classici pagani (quella Medusa che se la guardi in faccia muori, ma puoi girarci intorno e fregarla) e rappresentazioni sacre (il Cristo, Velato come la Napoli del titolo, esposto e ripreso nella Cappella del Principe di San Severo). Senza contare la carrellata al Museo Archeologico dove l’appuntamento mancato della protagonista permette uno sguardo prolungato su miti ed eroi, ninfe e dee, e su nudi di un erotismo potente.

Nonostante la Mezzogiorno non abbia molte altre frecce al proprio arco, questa è proprio una delle sue, ed è perfettamente in parte. Trascurando parrucchiere e costumista (da uccidere, difficilmente la si poteva rendere meno sexy di quanto appare in qualunque, dico qualunque, inquadratura del film) per il resto funziona, così come tutto il cast. E i personaggi non sono mai macchiette (quasi un miracolo, per un film girato a Napoli – iconografia sì, stereotipi no). Tutti hanno cuore, sono rotondi e veri: dal poliziotto dagli occhi buoni (il mio preferito, quanta grazia in quelle manone) alla zia che (come tutte le zie di Ozpetek) è sfortunata in amore e vive nelle pieghe delle vite degli altri. Persino il cammeo di Peppe Barra puzza di verità.

Non è facile tenere insieme morte, teatro, arte, mito, superstizione, sesso, fantasmi e magia, senza perdere il filo e la lucidità del racconto, ma Ozpetek ci riesce sorprendendo fino alla fine, quando la Mezzogiorno svanisce ancora (per un attimo, per sempre?) nella terra dei fantasmi. Ozpetek non ha paura di sporcarsi le mani e dipinge un affresco di Napoli senza sconti né indulgenza. Affonda le mani nel fango e poi le alza al cielo ancora grondanti, mentre la città sembra non accorgersene, non tiene tempo per seguire tutt’e cose perché, sotto il velo, continua a ribollire di vita e di morte, di fede e magia, ingoiandosi la follia dei protagonisti.

Il film dunque vale non solo il prezzo del biglietto, ma anche la fila per pagarlo, il freddo patito per arrivarci e lo sforzo di buttarsi fuori casa durante il tradizionale letargo tra Natale e Capodanno.

Elena Conenna

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