Le Serie TV: tragedie contemporanee senza dei


Quando fra 100 anni i figli dei nostri figli vedranno le serie TV per cui ci accendiamo, per cui non facciamo più l’amore, per cui passiamo week end interi con il mac sulla pancia e le tapparelle abbassate, per cui le Tv generaliste hanno poco da fare, per cui “L’ISOLA DEI FAMOSI, PECHINO EXPRESS, IL GRANDE FRATELLO” inventano peripezie che nessuno vede, capiranno che non eravamo felici. Sapranno che gli uomini e le donne di inizio 2000 erano disperati, soli, violenti, narcisisti, incapaci di ascoltare, incapaci di amare e che soprattutto, aspettavano che qualcuno prendesse il loro posto per governare e gestire la Terra, stramba e bellissima location.  Le serie Tv segnano e disegnano con una precisione da chirurgo le distorsioni, le paure, le ansie e le voragini dell’umanità, che tra rivoluzioni tecnologiche, madri in affitto, coppie stremate dalla quotidianità, giovani sopraffatti dalla noia, non ci capisce più niente, non sa dove andare, non sa cosa dire e soprattutto non sa cosa desiderare.  I protagonisti sembrano tutti felici, sembrano avere tutto, ma poi odiano, ma poi uccidono e si suicidano. Tragedie greche contemporanee, senza miti, senza dei, e tantissimo coro. Un coro fatto da amici, amanti, vicini di casa, professori, bottegai di vario genere e medici (tanti medici) che si dimenano, si agitano e che parlano parlano parlano parlano.

Le serie tv saranno compendi di storia per i nostri bisnipoti, saranno i reperti del nostro passaggio terreno, saranno romanzi di formazione per umani 5.0, che su una stazione orbitante intorno a Marte rideranno della nostra confusione, del nostro smarrimento, del nostro impaccio.

Cominciamo da Westworld, la storia è ambientata in un futuro non molto lontano e in un luogo non meglio definito. C’è un immenso parco tematico che sembra il West degli Stati Uniti in cui vivono dei robot con sembianze umane. Il parco è frequentato da veri uomini e vere donne, che pagano 40mila dollari al giorno per “giocare al west”, interagendo, abusando dei robot, che oltre a essere esteticamente indistinguibili dagli uomini sono anche piuttosto complessi psicologicamente. Gli uomini possono uccidere gli androidi, gli androidi non possono uccidere gli uomini. I robot ogni mattina si svegliano, fanno quello che devono fare, e anche se vengono stuprati, picchiati o uccisi, il giorno dopo vengono riparati, riprogrammati per ricominciare da capo, senza ricordare ciò che gli è successo il giorno prima.  A monitorare e gestire il tutto da fuori ci sono una serie di tecnici, scienziati e esperti di vario tipo che supervisionano quello che succede, riparano e sistemano gli androidi e decidono  cosa far succedere e quando. Gli uomini e le macchine si confondono, in un nuovo gioco delle parti, non si sa bene chi gestisce chi, e chi insegna a chi. Westworld è un mondo dove sparare ha lo stesso peso che sputare, i ricordi sono un loop, e il futuro una nuova sceneggiatura.

Big Little Lies, invece, racconta della prigione dorata di un gruppo di donne di un paesino della California, Monterey, e del tentativo di ciascuna di ritagliarsi un posto al sole all’interno di una comunità claustrofobica e cattivissima, positiva solo nella sua immagine riflessa, ma realmente pullulante di contraddizioni e invidie.  Alla fine ci scappa il morto, un morto non amato, un morto che non amava, e sono tutti colpevoli, persino il morto lo è della sua morte. Sono tutti elegantissimi, le case si affacciano tutte su spiagge private mozzafiato, e le strade non sono ingombre di macchine ma sono battute dal vento e dall’odore di mare. Eppure…

Black Mirror è ad episodi singoli, anche questa ambientata in una realtà futuribile, è una pugnalata per ogni puntata. Storie possibilissime con risvolti altrettanto possibili. Ogni puntata è un affresco di ciò che diventeremo, o forse, che già siamo. Senza pietà Black Mirror snocciola i nostri (nostri come società) peggiori difetti, aumentati dalla “realtà aumentata” dei social e della tecnologia, che consuma umanità invece di aiutarla e farla evolvere.

Ed infine “13“ l’ultima nata tra le serie tv famose e dibattute. Il titolo originale è “13 Reasons Why” tratto dal bestseller di Jay Asher che ha sconcertato milioni di spettatori, spaventato genitori, scomodato illustri psicologi e pedagogisti. 13 ha un grande merito, quello di parlare di responsabilità. Di accerchiare tutti gli irresponsabili o tutti quelli che pensano di non avere colpa, genitori, insegnanti, amici, fidanzati, il telefilm li stana e li inchioda facendo vedere cosa hanno fatto e cosa non hanno fatto ad Hannah Baker e per Hannah Baker. La storia è semplice, una quieta cittadina americana, con una bella scuola, e tante famiglie per bene. Un gruppo di liceali provinciali che fanno fatica a crescere, e con addosso la pesantezza di genitori troppo assenti, troppo ricchi, troppo apprensivi, troppo drogati. Nessuno ne esce pulito e discolpato, ognuno con tanto o con poco ha contribuito alla morte di Hannah. Anche Hannah ha le sue colpe, fragile e piena di sé, è troppo figlia unica, ed è troppo alla ricerca dell’accettazione del suo gruppo sociale. È un capro espiatorio predestinato e come nelle migliori tragedie, la sua morte è ineluttabile.

E, se negli anni 80 Bennato cantava “sono solo canzonette”. In questi anni nessuno guardando le serie TV può dire “sono solo filmetti”.

Anna Chisari

3 Comments

      1. Se ti va, poi fammi sapere come l’hai trovata. Se invece non dovessi più sentirti, per me avertela fatta scoprire è già una grande soddisfazione. Grazie a te per la risposta, e buon fine settimana! 🙂

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