A che titolo?


In una tranquilla domenica, mentre sto leggendo un egregio libro di Steven Roger Fisher (A History of Writing) che ormai porta i suoi anni (è uscito nel lontano 2001), 31a6d9qk3xl-_sx274_bo1204203200_ma che rimane pur sempre consigliabile per rigore e argomentazioni, o pure per distinzioni ignare ai più (es. quella tra segno e simbolo) o funzioni (la scrittura è mezzo di base ai fini della trasmissione della conoscenza) mi imbatto nell’ “Elzeviro” del mio amico Roberto Casati sul “Domenicale”, intitolato “Università ‘Steve Jobs’, il cui sommario recita come segue “Il successo di Mac ha origine in un utilissimo corso di calligrafia: i manager di oggi lo avrebbero abolito”.

Ah, Steve Jobs, icona di fighettini e fighettine, che hanno soldi da gettare al vento, era un bighellone che non ha mai ottenuto una laurea, neanche una misera triennale. E, in quel suo famoso discorso all’Università di Stanford, in cui celebra la calligrafia, se ne vanta pure: “Nell’attimo che mollai il college, potei anche smettere di seguire i corsi che non mi interessavano e cominciai invece a capitare nelle classi che trovavo più interessanti. Non è stato tutto rose e fiori, però. Non avevo più una camera nella student-hall, ed ero costretto a dormire sul pavimento delle camere dei miei amici. Guadagnavo soldi riportando al venditore le bottiglie di Coca Cola vuote per avere i cinque centesimi di deposito e poter comprare da mangiare. Una volta la settimana, alla domenica sera, camminavo per sette miglia attraverso la città per ottenere finalmente un buon pasto al tempio Hare Krishna: l’unico della settimana. img_steveMa tutto quel che ho trovato seguendo la mia curiosità e intuizione è risultato essere senza prezzo, dopo. Vi faccio subito un esempio. Il Reed College all’epoca offriva probabilmente la miglior formazione del Paese relativamente alla calligrafia. Attraverso tutto il campus ogni poster, ogni etichetta, ogni cartello era scritto a mano con calligrafie meravigliose. Dato che avevo mollato i corsi ufficiali, decisi che avrei seguito la classe di calligrafia per imparare a scrivere così. Fu lì che imparai dei caratteri serif e sans serif, della differenza tra gli spazi che dividono le differenti combinazioni di lettere, di che cosa rende grande una stampa tipografica del testo. Fu meraviglioso, in un modo che la scienza non è in grado di offrire, perché era artistico, bello, storico, e ne rimasi del tutto affascinato. Nessuna di queste cose però aveva alcuna speranza di trovare un’applicazione pratica nella mia vita. Ma poi, dieci anni dopo, quando ci trovammo a progettare il primo Macintosh, mi tornò utile. E lo utilizzammo tutto per il Mac. E’ stato il primo computer dotato di una meravigliosa capacità tipografica”. Povero Steve: da un solo buon pasto settimanale presso il tempio Hare Krishna, a far soldi a palate alla Stanford University.

In Italia, giungiamo sempre con qualche anno di ritardo. E di sottigliezze. Tre anni fa Flavio Briatore conferisce una lectio in Bocconi con consigli agli studenti del tipo “Inutile illudervi che tutti voi diventerete direttori generali. Meglio che vi ingegnate su come fare soldi. Prendete i camerieri dei miei locali: loro guadagnano 5 mila euro al mese esentasse di mance e per questo sono sempre sorridenti”. 10256145_777677358943941_7833841112891902373_nMa chi è tale Flavio? Un poveraccio alla Steve. Neanche lui con in mano uno straccio di triennale, bensì solo un diploma di geometra: sarà stata la geometria o l’incontro con Luciano Benetton o la Formula 1 a farlo diventare un imprenditore italiano “creativo”, fino al punto di venire accusato di gravi illiceità?

Insomma, tutti in cattedra a dire la loro e tutti a demolire questa benedetta istruzione universitaria, per gettarci a fare i camerieri o a far calligrafia, a propagandarla e insegnarla. Già, la calligrafia che va ora per la maggiore, quasi come tutte le mode, e in cui le molte star, starlette, associazioni di vario genere tra loro litigano. In nome di che? Comunque, maledetto sia l’inventore della stampa a caratteri mobili, Johann Gutenberg, con cui lentamente viene a dissolversi la possibilità degli amanuensi o copisti (insomma i calligrafi del tempo) di distorcere la verità, di riportare seppur in bella grafia il falso a seconda dei desiderata di superiori vari. Amanuensi e copisti, che da schiavi nell’antichità, si trasformano a partire dal 1200 circa in una vera e propria squadra di professionisti “industrializzati”

E i calligrafi di oggi? In tanti e ormai troppi che mirano a fama, denari e successi, non tanto alla conoscenza della propria materia, si prestano a ogni richiesta dell’utenza, offrendo qualsiasi prodotto, insegnamento, conferenza e via dicendo.

Proviamo un poco a filosofeggiare in modo semplice, limitandoci alla calligrafia. Quali esseri umani abbiamo a nostra disposizione almeno tre differenti tipi di conoscenza: la conoscenza diretta (es. “conosco la calligrafia”), la conoscenza competenziale (es. “so far calligrafia”), la conoscenza proposizionale (es. “so che calligrafia significa bella grafia”). Ci troviamo di fronte alla conoscenza diretta quando un soggetto cognitivo essere stato o è a contatto diretto con qualche modalità calligrafica. La conoscenza competenziale, invece, – chiamata anche conoscenza dell’abilità – comporta il disporre di una certa capacità o competenza: si tratta del sapere fare certe cose, come il saper far calligrafia. La conoscenza proposizionale, infine, si concretizza nel sapere che una proposizione è vera.

escribanoSussistono palesi legami fra i tre tipi di conoscenza. Quando sappiamo come fare certe cose (es. calligrafia), dobbiamo possedere pure una minima conoscenza proposizionale su di essa – non mi si venga a dire che Totti sarebbe in grado di redarre un bel manuale su come si gioca a calcio; però qualcosa dovrà ben sapere a livello proposizionale. In relazione alla conoscenza diretta non è sempre detto che essa comporti conoscenza proposizionale: posso ben venire a contatto con qualche calligrafia, e non sapere neanche che calligrafia significa bella grafia. Infine, cosa implica possedere conoscenza proposizionale? Non sempre avere conoscenza competenziale: possiamo, ad esempio, conoscere tutte le proposizioni relative alla tecnica calligrafica perché le abbiamo apprese da un manuale e, tuttavia, non saper neanche come poggiare un pennino su un foglio. Non proseguo oltre. Perché il punto qui è semplice: non basta fare il calligrafo (conoscenza competenziale) per proferire egregi insegnamenti in proposito, come non basta leggersi qualche manuale (conoscenza proposizionale) per trasformarsi in calligrafo, e meno che mai andarsi a vedere una mostra di calligrafia (conoscenza diretta).

E poi pare proprio assurdo che la maggior parte dei calligrafi si trovi spiazzata di fronte alla domanda “cosa è la bella grafia?” e, a seguire, “che cosa è la bellezza?”. Tradizionalmente, la bellezza viene annoverata tra i valori da conseguire, insieme a conoscenza, giustizia e verità. Non vi è stato momento storico in cui non se ne sia discusso, dall’antica Grecia a Shaftesbury, Hutcheson, Hume, Burke, Kant, Schiller, Hegel, Schopenhauer, Hanslick, e Santayana. Solo a partire dagli inizi del 1900 la trattazione del tema ha subito un declino, per poi riaccendere una qualche attenzione agli inizi del secolo presente. Il calligrafo di ciò che ne sa? E che è capace di dirci se la bellezza è soggettiva o oggettiva, in qual modo ha a che fare con amore o edonismo, se è valore fruttuoso o superfluo? Suvvia che domande accademiche!

calligrafia-gotica-bastarda-5

In ogni caso, non andiamo all’università e seguiamoli questi calligrafi, che spesso a loro volta all’università non si sono recati: ci si potrebbe sempre trasformare in un Steve Jobs. E badate che non sto dicendo che occorra frequentare l’università per diventare ricchi, colti e camerieri di Briatore, ma da lì a vantarsi di non aver uno straccio di laurea ce ne passa. Senza tralasciare il fatto che, non di dottorati di ricerca, bensì in fatto di mere lauree magistrali, tra i trentaquattro paesi più industrializzati al mondo, il nostro si attesta l’ultimo, nonché quartultimo per investimenti nell’università in rapporto al Pil. Un paese, il nostro, in inarrestabile declino culturale e di conseguenza economico? Figuriamoci: i calligrafi e i camerieri ci salveranno!

Di calligrafia, ne ho parlato bene parecchi anni fa, sull’ultima pagina del “Venerdì” di Repubblica, quando il supplemento era ancora diretto dall’amico, purtroppo scomparso, Attilio Giordano; ro20186216vi parlavo di calligrafica, non del suo culto esoterotico, né nella sua rapida trasformazione in un vero e proprio fenomeno di marketing, né di una calligrafia (come altre manie italiote) che si è lentamente trasformata non in una vera e propria cultura, bensì in una sorta di populisilismo markettaro, che prende in giro la gente. Nulla a che dire contro chi, praticando calligrafia, intenda farne un mero hobby. Molto da ridire contro chi la spaccia per il migliore dei mondi possibili in troppi campi. Un consiglio? Leggere Candide di Voltaire. E grazie a Voltaire io dalla calligrafia non sono stata mai attratta. La mia scrittura da gallina è sufficiente per farmi riconoscere da chi mi conosce.

 

 

Nicla Vassallo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...