Ars Electronica 2018: l’arte dell’errore


Come ogni settembre, nella cittadina austriaca di Linz, si è svolto il festival Ars Electronica. Il prestigioso evento, nato nel 1979, si occupa di rappresentare l’intersezione fra arte e tecnologia, e di indagare l’impatto culturale e sociale derivante. Il tema di questa edizione, dal titolo “ERROR – The Art of Imperfection”, si proponeva di sollevare una riflessione sulla nostra epoca caratterizzata da una corsa compulsiva all’ottimizzazione.
Oggi ci affidiamo alle macchine credendo di poter raggiungere la perfezione tramite l’apparente infallibilità della tecnologia e della scienza. Nel nostro desiderio di gestire le nostre imperfezioni personali e quelle del mondo che ci circonda, siamo proiettati verso un futuro dominato dall’intelligenza artificiale e dall’ingegneria robotica, che ci porta a domandarci se sarà l’errore l’unica cosa che ci distinguerà dalle macchine.

The Berlioz Project
Photo Tom Mesic

 

Tuttavia osservando la situazione attuale, si ha l’impressione che qualcosa sia andato storto con la rivoluzione digitale. La sorveglianza dei Big Data rileva qualsiasi deviazione dalle nostre abitudini consuete e milioni di persone si sentono derubate della loro privacy a causa del monitoraggio di informazioni personali. Inoltre ci rendiamo conto ormai quotidianamente di come i media digitali vengano usati anche allo scopo di diffondere disinformazione, nel tentativo di influenzare e manipolare l’opinione pubblica. E più le tecnologie impiegate per questi scopi sono perfezionate, più perdiamo la nostra libertà.

L’errore può essere visto come una discrepanza rispetto a quello che ci aspettiamo, una deviazione dalla norma, ma che può anche essere un’opportunità. L’imperfezione da sempre ha avuto un ruolo importante per l’evoluzione umana, ed è un importante forza creativa che favorisce anche l’innovazione tecnica e sociale al fine di cercare nuove soluzioni.

Il tema in questione è stato discusso ad Ars Electronica nella ricchissima proposta di simposi e mostre, offrendo molteplici prospettive di riflessione. Sono stati esposti oltre tremila progetti, artistici e non, provenienti da 85 paesi diversi, ricoprendo un ampio spettro di competenze: sistemi interattivi, animazioni digitali, musica elettronica, biotecnologia, robotica, Internet. Alcuni lavori esposti si focalizzano sulla matrice estetica, altri sui processi di condivisione culturale, in un mix che offre sempre un ottimo spaccato su ciò che viene definito oggi Media Art e Media Design.

Per citare alcuni esempi, “Useless Weapons” di Alexandra Ehrlich Speiser consiste in una serie di oggetti, modellati secondo le forme di armi reali, ma deformati. I media ci rendono testimoni di molte violenze, con guerre e attacchi terroristici; l’arma è una delle icone del nostro tempo. L’artista modifica i file contenenti le informazioni per la stampa 3D dei dispositivi bellici, abbondantemente reperibili nel dark web, inserendo dei glitch, degli errori che precludono la funzionalità dei dispositivi e ne modificano la forma. Le anomalie prodotte nel sabotaggio sono causate dall’inserimento di parole pacifiste nel codice.

“False Positives” di Esther Hovers riguarda i cosiddetti sistemi di sorveglianza intelligenti. La sicurezza pubblica è una preoccupazione crescente, e ogni persona è un possibile sospettato agli occhi delle telecamere. Alcuni dispositivi sono in grado di rilevare comportamenti devianti negli spazi pubblici, come tali possono essere classificati: le pause prolungate, le soste in punti determinati, i movimenti repentini o contro corrente. Queste eccezioni alla norma potrebbero indicare intenzioni criminali. Il progetto attraverso fotografie e video, analizza i falsi positivi, aprendo degli interrogativi su cosa sia possibile etichettare come comportamento “normale”.
La serie di stampe dal titolo “Remains” dell’artista italiano Quayola, sono un lavoro incentrato sulla natura, che attualizza la tradizione dei dipinti paesaggistici impressionisti del tardo XIX secolo. I paesaggi naturali vengono osservati e analizzati “en plein air” grazie ad ampi scanner laser ad alta precisione, e le immagini catturate a risoluzioni elevate, sono renderizzate digitalmente e stampate in grande formato su carta. La combinazione delle ricostruzioni geometriche altamente dettagliate e le imperfezioni del processo di scansione in 3D creano formazioni ibride, a metà strada tra il reale e l’artificiale.

“A glitch in the stars” è una raccolta di progetti supportati dalla Space Exploration Initiative del MIT Media Lab. Alcune persone ritengono che il nostro futuro si svilupperà fra le stelle, tuttavia lo spazio non è un luogo per gli umani. La mancanza di gravità, le radiazioni e tutti i rischi ci possono uccidere in pochi minuti. Non siamo destinati a spingerci oltre i confini della terra, rappresentiamo un errore in natura. Gli oggetti di questa raccolta sono stati sperimentati in un volo parabolico a gravità zero e sono stati progettati per agevolare l’esperienza umana nello spazio, permettendo di adattarsi all’ambiente. Fra questi il “Telemetron” di Nicole L’Huillier e Sands Fish è uno strumento musicale che suona solo in assenza di gravità. “Tesserae” di Ariel Ekblaw è un’architettura spaziale autoassemblante per la prossima generazione di habitat. “Spatial Flux” di Chrisoula Kapelonis e Carson Smuts è una superficie pneumatica che abbraccia il corpo umano, ridefinendo le relazioni tra il corpo e l’architettura.

La musica ricopre sempre un ruolo molto importante all’interno del festival Ars Electronica, e le proposte di quest’anno non hanno deluso le aspettative del pubblico. Elisabeth Schimana è stata presentata come Featured Artist di questa edizione. La protagonista della musica elettronica sperimentale, da 30 anni lavora al nesso tra arte, tecnologia e femminismo, ed ha avuto la possibilità di presentare un progetto espositivo in collaborazione con l’IMA-Institute for Media Archaeology, da lei stessa fondato nel 2005. La mostra “Hidden Alliances” documenta l’attività di dieci pioniere della dell’elettronica sperimentale, sottolineando i cambiamenti innescati dal digitale dopo gli anni ’90, rispetto agli strumenti utilizzati in epoca pre-digitale nella produzione musicale. Dai ritratti emerge che per molto tempo la presenza delle donne nell’ambito musicale elettronico ha rappresentano un’anomalia, nonostante le donne abbiano svolto un ruolo cruciale per il cambiamento. Negli spazi della mostra, quotidianamente, erano previste performance musicali live.
Il progetto “Electronicos Fantasticos” di Ei Wada va in direzione opposta rispetto al consumismo diffuso, che provoca una sempre più rapida obsolescenza degli strumenti elettronici. L’artista, ospite frequente delle scorse edizioni del festival, dona nuova vita a dispositivi in pensione, come televisori CRT, ventilatori, registratori a bobina, trasformandoli in strumenti musicali inusuali. La vecchia elettronica di consumo, prendendo vita, potrebbe diventare la nuova espressione musicale folcloristica delle realtà urbane; anche se essa contrasta fortemente con l’efficienza e la razionalità dell’era dell’IA. Nel corso delle performance musicali orchestrate dallo stesso Wada in collaborazione con i musicisti, ingegneri, designer che collaborano al progetto, il pubblico viene coinvolto attivamente in un meccanismo giocoso e coinvolgente.

Photo Tom Mesic

“πTon” è un’installazione performativa sonora del duo Cod.Act, Michel e André Décosterd. Un tubo di gomma di grandi dimensioni, chiuso ad anello, giace sul pavimento. Un gruppo di quattro umani, dotati di strane protesi vocali, lo circonda. La creatura robotica reagisce a questa presenza che la turba invadendo il suo spazio, e si anima producendo delle contorsioni e ondulazioni che ricordano il corpo di un essere invertebrato. I suoi sforzi di ribellione a questa presenza invasiva all’interno del suo habitat, producono dei movimenti organici, che vengono tradotti in suoni polifonici, costituiti solo da voci sintetizzate. L’impressione è quella di assistere a qualche misterioso e primitivo rituale.

In chiusura del festival si è tenuta la Big Concert Night, la serata che rende possibile l’incontro tra la musica sinfonica e quella digitale, uno degli highlight del festival. Fra le performance in programma è stato presentato l’ambizioso “The Berlioz Project”. Markus Poschner, direttore della Bruckner Orchestra di Linz, ha scelto la “Symphonie fantastique” di Hector Berlioz per questo incontro tra tradizione e modernità. L’opera, composta quasi 200 anni fa, deviava dalle consuetudini musicali dell’epoca, ed era ritenuta rivoluzionaria. In questa versione contemporanea, oltre ai protagonisti umani, hanno preso parte all’esecuzione diverse macchine come l’imponente robot industriale Kuka. Il braccio industriale, posizionato in mezzo all’orchestra, seguiva con i suoi movimenti la musica, producendo dei rumori industriali che assecondavano l’incedere della melodia, servendo inoltre da supporto alla coreografia della danzatrice Silke Grabinger. I movimenti perfettamente programmati della macchina si fondevano con le coreografie di danza, connettendo la perfezione robotica all’imprevedibilità umana.
Da questa breve panoramica di quanto assistito all’Ars Electronica festival emerge che, forse, il nostro obiettivo futuro dovrebbe essere quello di rivelare il potenziale insito nel commettere errori, e trasformare l’esperienza del fallimento in un processo costruttivo, fonte di idee inedite che portino a corsi alternativi.

 

Tiziana Gemin

 

https://ars.electronica.art/error/en/

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