Quel che resta del Festival


Sarà un discorso malinconico. Avverto tutti, come quando si segnala “Attenzione: spoiler”. Ed è, ammettiamolo sinceramente, una iattura. Perché una volta non si leggevano i libri né si vedevano i film solo “per sapere come va a finire”. Si cercava di capire, ed è quello che tento di fare qui, ora, mentre sento il pietoso duetto fra Baglioni e la valletta. Perché ormai è chiaro che la Hunziker si è ritagliata il ruolo – meraviglioso, imperituro – della Serva Padrona, della Mirandolina goldoniana, della Valletta Mannara.

Ma pazienza, e chìssene: la Donna di questi tempi deve riprendersi il potere, dopo il caso Weinstein e tutto quel che ne è seguito. “Ma piantala!” dice giustamente lei, e poi riattacca con il suo leitmotiv vecchi/giovani, che è il suggello, l’emblema, il vessillo, la chiave di volta dell’odierno Festival.

Possiamo scatenarci, come abbiamo fatto, tutti, su quelle vecchie glorie che salgono sul fatidico, fatale Palco dell’Ariston, chi in barella, chi con la flebo portatile, chi molleggiato, sì, ma causa Parkinson. Tutti pseudofreschi, tutti mediofini, tutti Valle degli Orti (la sublime linea di surgelati Findus).

Ho riso tantissimo per quel Baglioni che non trova più una sua identità da anni, perché frequentando troppo i chirurghi plastici non trovi più le molliche di pane sul tuo sentiero e un bel giorno ti guardi allo specchio e pensi che sia un poster di Moira degli Elefanti quando pubblicizzava il suo circo.

Ho riso sui Pooh parcellizzati come sui Decibel redivivi – si fa per dire – ma poi è arrivata la Vanoni. Pencolante, certo, ridicola, sì, come pochi. Anche lei ha speso tutto in non si sa quali alchimie o faccende da Dottor Frankenstein per concedersi la speranza di poter credere ancora di essere presentabile: niente. Non ci sei riuscita, Ornella, fattene una ragione (“la maturità è tutto”, scriveva Shakespeare).

Poi la senti cantare e sei atterrito. C’è tutta l’ansia del passato nella sua voce, la malinconia segreta di chi quel palco lo deve ancora calcare, quelle scale le deve ancora scendere o salire per sentirsi vivo, o perché, fra un’operazione e l’altra, avrà un profondo rosso in banca che non finisce più (tipo il mio).

Poi finisce di cantare e dice quella cosa immensa, sconfinata: “Ci vogliono molti anni, nella vita, per diventare giovani”. Non dice essere, non dice sentirsi, dice diventare: un verbo dinamico, trasformativo, pieno di speranza, un antidoto ai dubbi. E alle stasi.

Io che mi sento giovane guardando questo Sanremo dei Decrepiti, solo perché lo guardo fin da bambino, mi rendo conto all’improvviso che dopo la Vanoni ci resterà solo il vuoto. Ok è già con un piede nella fossa. Ma che classe, e che canzone, e quanta saggezza in quelle frasi frante. Che melodia soffusa, quasi non si sente, e lei non ha bisogno di sgolarsi come una Nina Zilli qualunque. Ha già dimostrato tutto, e qualcosa di più, ha avuto il tempo di cercarsi parolieri e accompagnatori di prim’ordine, che la fanno sentire fra amici ed evidentemente la prendono per quello che è, con la sua boccona larga e i capelli da clown, perché sanno che lei ha una storia da raccontare e sa raccontarla con umorismo, magari anche amaro, ma non fa niente.

I giovani, gli idolatrati Giovani, cosa avranno cosa avranno un giorno? I ricordi di Annalisa o Noemi? Poveracci. Non li invidio affatto. Noi abbiamo avuto altro. Dobbiamo esserne fieri, punto.

E penso a tutti gli anni che questi qui hanno passato, tutti, da Baglioni ai Pooh, da Morandi a Endrigo ricordato stasera, a provare, riprovare, cantare, preparare dischi, all’impegno che hanno profuso per farci sognare, perché potessimo usare le loro parole e le loro canzoni in sere d’estate, come balsami per ferite amorose o sottofondi a incontri galanti, per farci sperare, soffrire o sentire semplicemente che anche noi eravamo parte di quel vento e quelle onde, quel sole che declinava, quelle stelle che si accendevano lontane.

E penso che per tutta la vita, a ogni festa, sentirò e risentirò in eterno Marcella o la Carrà, anche un po’ assuefatto, perché anche il trash o il camp all’inizio danno fremiti di impagabile divertimento, ma alla lunga fanno sbadigliare.

Ma penso, che, soprattutto, a quelle feste ormai anch’io sono un po’ Red Canzian o Facchinetti (padre). Mi sento sempre com’ero all’epoca di Uomini soli, o di Felona e Sorona, addirittura, con un po’ di impegno e fantasia, ma quanto tempo è passato? Gli altri, i ragazzi, i giovani veri, mi vedono ormai come un vecchietto (se va bene) arzillo e stravagante, uscito da In viaggio con la zia di Graham Greene o dal Cornetto acustico di Dora Carrington, ma devo trovare il coraggio, come canta Diodato, di dirmi che sono un anzianotto rimpannucciato, di quelli che un tempo mi facevano tanta pena perché esclamavano, durante una serata in balera: “Non mi sentivo così bene neanche quando ero giovane”. Chissà che giovinezza malandata hai avuto, quindi, amico mio….

Massimo Scotti

 

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