Le ali del destino


La prima volta fu il 31 maggio del 1817. Ad applaudirla c’era anche Stendhal: “Talmente enorme fu il successo, tale entusiasmo suscitò il lavoro,” dice lo scrittore francese, da sempre innamorato di Milano, “che ad ogni momento tutto il pubblico si alzava in piedi per coprire Rossini di acclamazioni, e si stancò prima lui di salutare che il pubblico di applaudire”. Dal nido immenso della Scala prendeva il volo una delle ouvertures più celebri di tutti i tempi, quella della Gazza ladra rossiniana.

Duecento anni dopo, l’opera ritorna da dove era partita, diretta da Riccardo Chailly, con le scene e i costumi di Gian Maurizio Fercioni. La regia è di Gabriele Salvatores. Una regia bellissima, esplicita e allusiva, realistica e magica. Sul palco che durante l’ouverture generalmente è vuoto si libra invece qui una donna-uccello, la Gazza appunto, interpretata da Francesca Alberti. Agile e guardinga, tesse le sue trame segrete che determineranno le sorti di tutti i personaggi. Le corde a cui si appende per salire e scendere con sorprendente abilità saranno le stesse che penderanno in scena dal primo istante all’ultimo. E troveranno un parallelo nei fili delle marionette della Compagnia Colla, portate in scena per mimare i gesti dei protagonisti. La prima volta che appare un attore in carne e ossa accanto a loro, si prova un piccolo choc visivo, perché gli umani sembrano giganti apparsi all’improvviso.

Sono emozioni infantili e arcaiche, suscitate e ordite da Salvatores con l’arte di un incantatore. Lo ringraziamo tutti per aver scelto un allestimento filologico, che riproduce l’epoca dell’opera, senza quelle inutili trasposizioni contemporanee che ormai hanno davvero stancato. E per aver offerto una lettura metateatrale dello spettacolo, che ne spiega (o ne inventa?) i sensi misteriosi. Le marionette sono ombre degli uomini, i fili del destino reggono noi al pari di loro. La gazza che vola, si apposta, scruta, rubacchia, risale furtiva nella sua gabbia – prigione o camera di contenzione – rappresenta una sorta di trickster, il briccone divino che ci insegna la natura occulta della realtà, la sua essenza di illusione cosmica, tragica e insieme farsesca, nella leggerezza ambigua dell’opera semiseria.

Salvatores ragiona sullo spettacolo mentre lo conduce, mandando in scena cortei funebri che si trasformano in carri trionfali adorni di fiori, cattivi con mantelli da diavoli, servizi da tavola che diventano strumenti del fato. Gli oggetti sono tutti fatati, a cominciare dalle foreste che appaiono e scompaiono dall’alto verso il basso e viceversa, azionate da congegni che la Gazza mette in moto muovendo grandi ruote. Gli attori interpretano con forza e intelligenza: fra gli altri, Rosa Feola è un’indomita Ninetta, Serena Malfi è Pippo, che la ama senza speranza ma la salverà; Alex Esposito è un bravissimo, vigoroso Fernando Villabella. I costumi sono impeccabili, tagliati con rara maestria; se potesse vedere oggi lo spettacolo, Stendhal si troverebbe a proprio agio, perché Salvatores ha riprodotto l’estetica e lo spirito del suo tempo con la finezza complice e sorniona di Alessandro Barbero quando raccontava le avventure di Mr Pyle, gentiluomo, o di Stendhal medesimo quando rievocava l’Italia del passato nella Certosa di Parma.

Massimo Scotti

La gazza ladra, melodramma in due atti di Gioacchino Rossini su libretto di Giovanni Gherardini.

Teatro alla Scala, Milano

dal 12 aprile al 7 maggio 2017

www.teatroallascala.it

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