I racconti delle scale – 102 mq


Io non ho mai avuto niente da dire a nessuno. Ho cominciato a parlare tardissimo, la mia maestra della prima elementare si disperava, cercava in tutti i modi di farmi aprire bocca. Ma io restavo muto, davanti alle sue sollecitazioni. Neanche con i compagni parlavo, durante la ricreazione non giocavo con loro, non correvo e non gridavo. I miei genitori a casa parlavano pochissimo, ma mi sembrava che tutto andasse bene nella nostra famiglia. Poche informazioni sulle cose pratiche: alzati, lavati, vestiti, mangia, bevi, ci bastavano per fare andare tutto alla perfezione. Mio padre era operaio alla Breda, si alzava tutte le mattine prestissimo, beveva il suo caffè d’orzo e andava via salutando la mamma con la mano. La mamma era pantalonaia in un laboratorio di viale Bligny, la mattina mi svegliava, mi preparava il caffelatte, mi accompagnava a scuola, mi raccomandava di parlare.In seconda ho cominciato a leggere e a rispondere alle domande della maestra, Luigia Musetti era entusiasta delle mie parole, le coltivava come si coltiva il basilico sul davanzale della finestra della cucina. Agli esami di quinta ero stato promosso, ma la Musetti aveva consigliato alla mamma di mandarmi al doposcuola per affrontare le medie, aveva aggiunto Giovanni non parla perché ha tante lacune. Dopo la licenza media, in cui avevo parlato pochissimo con tutti quei professori che mi confondevano, avevo trovato da lavorare come magazziniere in una azienda che produceva materie plastiche. Ero felice, in magazzino c’ero solo io e il mio muletto, quando il caposquadra mi dava gli ordini rispondevo preciso ed educatamente. La mamma mi preparava la schiscetta e io mangiavo durante la pausa pranzo su uno scaffale, che avevo lasciato libero apposta per metterci il pane, l’acqua e le pietanzine, che portavo da casa, mentre i miei colleghi ridevano, scherzavano e prendevano in giro i capi. Quando ho compiuto 20 anni abbiamo comprato questa casa, eravamo in tre a guadagnare e potevamo permetterci un bell’alloggio. La mamma ha voluto un grande salone, con il salotto di velluto verde e la camera da pranzo con lo sparecchiatavola e la cristalliera, le tende di organza e le mantovane dello stesso colore delle poltrone, ha scelto in un negozio del centro la cucina componibile Salvarani con il frigorifero e la lavatrice, in camera mia ha messo l’armadio quattro stagioni e il letto a castello nel caso venisse a trovarmi un amico. Ma io non ho mai avuto un amico. I miei colleghi mi hanno sempre salutato ridacchiando di me. Non ho mai avuto neanche una fidanzata, intorno ai 25 anni mio padre, mi ha preso da parte e mi ha detto: È ora che tu conosca la femmina. Mi ha portato da una puttana di sua conoscenza che c’aveva casa dalle parti della Stazione Centrale, ci sono andato per 50 anni una volta a settimana, tutti i venerdì. Poi, l’Elvira si è ritirata da fare il mestiere e io non ho più trovato nessuno dove andare a sfogarmi.

Quando avevo 50 anni la mamma si è ammalata, cancro al seno avevano detto i dottori, ha fatto la chemio, ha perso i capelli, è dimagrita ma non è guarita. Al suo funerale eravamo in cinque io, papà, la zia Tina sorella della mamma e suo marito Alfonso e una collega della mamma, la signora Delia. Ho pianto tanto, nella nostra casa siamo rimasti io e mio padre, senza la mamma tutto era brutto e inutile. Quando sono andato in pensione a 60 anni, mio padre aveva già 80 anni ed era diventato totalmente cieco, non si muoveva più da casa e restava tutto il giorno sulla sedia a rotelle, mi sono occupato io di tutto, pulivo casa, cucinavo, lavavo i panni, lucidavo i pavimenti del salone e spolveravo i mobili come avevo visto fare alla mamma. Una mattina mio padre non ha voluto alzarsi dal letto, in tre giorni è morto. Al suo funerale eravamo in tre io, la zia Tina senza zio Alfonso che era morto l’anno prima, la signora Maria che faceva le punture a papà. Nella grande casa sono rimasto solo per anni, uscivo solo per fare la spesa, ritirare la pensione, andare al cimitero di Lambrate a portare i fiori ai miei genitori. L’inverno scorso mi sono ammalato, febbre alta, tosse, mancanza di respiro, ho chiamato l’ambulanza, sono stato ricoverato venti giorni per una Broncopolmonite infettiva. Quando mi hanno dimesso sono stato bene due settimane, poi una notte un attacco di tosse fortissimo e ho smesso di respirare. Sono rimasto morto sul mio letto a Castello per un mese intero. Mi hanno trovato quelli della Caritas che ogni tanto passavano a salutarmi. Hanno forzato la porta e uno di loro ha vomitato per il fetore e lo spettacolo di me stecchito. Al mio funerale non c’era nessuno. Don Mariani ha detto messa lo stesso anche se c’era la chiesa vuota.

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