I racconti delle scale – 93 mq


Ho 30 anni e vivo con mia madre. Viveva con noi anche mia sorella che è più grande di me. Ele da un anno sta a Barcellona con il suo fidanzato, hanno trovato casa in un paesino vicino, lì, dice Ele, ogni appartamento ha un balcone o un giardino. Spesso, molto spesso dalle finestre si vede il mare. Ci manda delle foto di lei in giorni assolati e il mare come sfondo. La sua stanza è rimasta vuota come la bocca di un neonato senza denti, prima di partire l’ha svuotata di tutte le sue cose, non c’è più niente di suo, niente di personale, i mobili restano sospesi in questo tempo senza la Ele, in attesa che qualcuno li riabiti, li riusi. La donna delle pulizie spolvera la camera tutti i venerdì, e da qualche settimana ha cominciato a stirarci, io ho appoggiato delle scarpe e qualche attrezzo per la ginnastica, la mamma ogni tanto va a farci un sonnellino, ma niente di più. La stanza di Ele, rimarrà per sempre la stanza di Ele. La nostra casa non è brutta ed è abbastanza grande ma ha solo delle finestre, neanche un minuscolo balconcino, io e mia madre viviamo senza un fuori, non c’è un fuori per noi.  La mamma ha comprato questo appartamento dopo la separazione con papà, in tre ci stavamo da Dio, per ognuna di noi una camera da letto, una grande sala/cucina, 2 bagni, la mamma dice che ha fatto il mutuo più lungo che poteva.

Mia madre mi piace, è una donna intelligente, dopo la laurea in giurisprudenza avrebbe voluto fare una carriera internazionale, ma ha dovuto accontentarsi di lavorare in banca. Alla sua epoca, era molto importante essere indipendenti economicamente, autonome dalla famiglia e dai legami che ingabbiavano. Lei è una che si è impegnata politicamente, è stata nel sindacato, ha fatto manifestazioni di piazza. Io, invece devo restare qui, in questa casa senza sbocchi, nella mia stanzetta da dodicenne, la politica mi interessa, ma è tutto così confuso, tutto così distante da me e dai miei problemi. Il mio lavoro è precario, insegno educazione motoria alle scuole superiori, ho fatto le cose per bene. Ho preso la laurea triennale a Milano e la specialistica a Roma, dove ho condiviso case e stanze con qualsiasi tipo di persona, è stato difficile, ma era bello respirare libertà. Ho dei contratti annuali che mi rinnovano di anno in anno e che scadono alla fine dell’anno scolastico, non posso permettermi un appartamento tutto per me, non posso impegnare soldi che non sono sicuri. Non so neanche se mi piace il lavoro che ho scelto. A momenti mi innamoro dei gesti, delle fatiche del corpo, degli sbuffi dei ciccioni che non riescono a fare gli esercizi. Penso che il mio lavoro possa giovare alle persone, dare salute, elasticità, tonicità. Altre volte odio i gesti sgraziati, l’esecuzione sbagliata dei miei comandi da parte di alunni svogliati, la mancanza di controllo dei propri muscoli. E penso che non serve a niente tutta quella fatica, che il benessere della gente non deriva da uno squat, che gli affondi con le gambe sono poca cosa rispetto alla profondità del cuore, che ci vorrebbe uno stretching dell’anima invece che dei muscoli. Forse, vorrei fare l’infermiera, penso che sia un lavoro bellissimo, penso che facendolo potrei sentirmi davvero utile. L’anno scorso ho provato ad iscrivermi, ho seguito le prime lezioni, mi è sembrato entusiasmante, poi ho dovuto lasciare a metà, non riuscivo a conciliare il lavoro a scuola, le lezioni, il tirocinio. Ho continuato ad insegnare, ma sono arrabbiata. Avevo trovato uno sbocco, mi sembrava di aver trovato la soluzione alle mie insoddisfazioni e invece niente, resto qui a guardare le serie tv nella penombra della mia stanza che è familiare ma mi strozza. Non ho neanche un amore bello con cui inventarsi una vita, fare programmi, sentirsi meno sola in questa immensità del mondo. Qualcuno mi è sembrato più amore dell’altro, qualcuno si è fermato un po’ di più, qualcuno mi ha detto ti amo. Ma non ho visto la mia vita sboccare in quella dell’altro, non sono riuscita ad affacciarmi sui suoi sentimenti, non ho trovato un terrazzo che mi facesse sentire più vicina al cielo, mi donasse la grazia di una rosa appena sbocciata e l’allegria di una birretta al tramonto. Solo finestre per guardare e non toccare, piccoli orizzonti che tracciano limiti, occhi socchiusi per non accecarsi con il sole. Ho 30 anni e vivo con mia madre e non so quando tutto questo finirà.

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