Arene Estive


Una volta, dietro gli oratori delle chiese parrocchiali, o negli spazi aperti di qualche dopolavoro ferroviario, allestivano i cinema all’aperto, in cui si lottava con le zanzare ma le notti profumavano di gelsomini, prima, e di oleandri, poi. Fiorivano tutta l’estate, ma i bambini dovevano starne lontani. Perché, dicevano, gli oleandri erano velenosi. Ho assaporato per anni il sentore di quei petali candidi, scarlatti o rosa antico, sperando di morire così, romanticamente, in una notte d’estate, ma non è mai successo, purtroppo.

 

Sui giornali segnalavano la programmazione delle “Arene estive”. Pensavo a Sangue e arena, a uno dei pochi edifici davvero neoclassici di Milano (l’Arena, appunto), alle spiagge in città, e immaginavo sempre ombre complici nei posti più distanti dallo schermo, atmosfere anni Cinquanta, i soliti segreti. In quei posti si potevano trovare film dimenticati. Vederli d’estate, quando tutti erano al mare, sembrava un rito da iniziati, ma – perché non facevano vacanze – anche un po’ sfigati. Al ricordo delle Arene Estive, che non hanno più quasi niente a che fare con le proiezioni all’aperto, peraltro benemerite, dei nostri tempi, è dedicata questa piccola rubrica.

Incontrarsi è dirsi addio

Il film Weekend è del 2011. Sembrano passati mille anni: l’outing ancora chiamato erroneamente coming out, gli amici che non sanno, quelli che sanno e si imbarazzano. E poi le discoteche solo gay, e quelle solo etero, e dire “l’ho puntato”, e poi “ho rimediato”, invece che – già desueto, “ho rimorchiato”. I telefonini invece degli smartphone: un mondo scomparso. Eppure fin dalle prime sequenze Glen e Russell ci catturano nel loro gioco, fatto di tutto e di niente. Si incontrano, scopano, ubriachi. Certi miei amici hanno detto “Sono solo due fattoni alcoolizzati”. Certo, per carità, anche Carmen era una zingara stracciona e Manon Lescaut una battona da pochissimo. E i loro spasimanti, due poveri illusi. Ma quanto ha pianto il mondo per i loro destini?Glen e Russell non ci fanno piangere, la loro storia è ruvida, non concede niente al patetismo. Non ha l’eroica castità di Meryl Streep che vive accanto ai ponti di Madison County il suo romanzo d’amore con Clint Eastwood, e riesce perfino a litigare senza aver mai consumato. Ma anche qui vige l’infallibile teoria dell’Ultimo Giorno, dell’Addio.

Glen e Russell a un certo punto sanno che uno dei due se ne andrà, e forse è proprio per questo che la loro vicenda diventa così fatidica e straziante. Se Glen fosse sempre lì a disposizione, se il torrido weekend potesse sfociare in una convivenza, forse i due presto si stuferebbero. “Parla, fa’ qualcosa / o do fuoco / a questa casa” cantava una Mina che non ne poteva più di quell’amante sempre lì fra i piedi. Eppure questa passione di carta vetrata, così lontana dagli schemi e dalle convenzioni, ha qualcosa da dirci, o da sussurrarci, perché quando staremmo per suggerire, urlando, la parola giusta all’uno o all’altro dei protagonisti, lui invece sta zitto. E perché entrambi sprecano i loro più bei momenti a dirsi addio, come bisbigliava Liz Taylor a Montgomery Clift in Una tragedia americana, e sappiamo poi com’è andata a finire. Il film sembra negarci ogni colpevole piacere scopico, perché parrebbe fatto solo di elisioni, e invece poi, beh, vedetelo prima di sentenziare. Quando meno te lo aspetti, zàcchete, ma temo di aver fatto già fin troppi spoiler. La domanda suprema, essenziale, conclusiva, è: ma se ne andrà davvero? Glen che ha capito di aver trovato ciò che si incontra una volta sola nella vita (il barbuto, scontroso, ingessato Russell che nasconde con tanta solerzia il suo cuore di panna), lo lascerà per un banale corso d’arte nell’Oregon? Davvero la carriera, questa cosa che finisce se va bene con una pensione, vale una storia così importante, un sacrificio così totale? Sarà ancora felice, laggiù, tutto solo? E Russell andrà almeno al treno per salutarlo? Se Hollywood, quella di una volta, potesse sempre imporre le sue leggi, e far dire sempre, come alla fine di Pretty Woman, “Credete nelle favole!” dall’unico negretto presente in tutto un film, beh, allora questo, di film, non sarebbe mai stato girato, e noi potremmo cullarci nella tenera illusione che il Bene vinca sempre sul Nulla. Invece Glen ha una fissazione per il cemento. E di cemento è fatto tutto quel che gira intorno a loro due, anzi non gira affatto, resta inerte, mentre le ore scorrono: edifici, strade fra i parchi asettici e tristissimi, la città piena di occasioni, tutte sprecate. Ogni minuto della loro storia è pieno di tutto quanto noi chiamiamo “speranza”, anche i tempi morti. È un film che dimostra un gusto squisito proprio per i tempi morti. Quel che ogni regista avrebbe scartato, Andrew Haigh lo cesella con la cura del miniaturista, lo fa splendere anche senza i colori infuocati, e poi glaciali, di Douglas Sirk. Possiamo abbandonarci a sognare un remake ante litteram, la stessa storia filmata indietro nel tempo, con Rock Hudson e – chi? Forse l’unico adatto al ruolo sarebbe Danny Kaye, per la sua favolosa relazione clandestina con Sir Laurence Olivier. Ma i due begli attori, Tom Cullen e Chris New, sono perfetti così, non sbagliano una battuta, un’espressione, un complice difetto. E come andrà a finire ve lo racconteremo un’altra volta.

Massimo Scotti

 

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