YA BASTA HIJOS DE PUTA.


E’ una mostra scomoda. Una mostra che disturba e respinge. Una mostra pessimista e difficile. E’ la personale di Teresa Margolles (Culiacán,1963) al PAC, artista messicana che vive e lavora tra Città del Messico e Madrid. Attraverso sculture installazioni, video e fotografie esplora le morti violente, l’ingiustizia sociale, l’odio di genere, la marginalità. Con una particolare attitudine al crudo realismo, le sue opere testimoniano le complessità della società contemporanea, sgretolata da un’allarmante violenza che sta lacerando il mondo e soprattutto il Messico. Vincitrice del Prince Claus Award 2012, Teresa Margolles ha rappresentato il Messico nella 53° Biennale di Venezia nel 2009 e le sue opere sono state esposte in numerosi musei, istituzioni e fondazioni internazionali. Con uno stile minimalista, ma di forte impatto e quasi prepotente sul piano concettuale, le 14 installazioni di Margolles in mostra al PAC esplorano gli scomodi temi della morte, dell’ingiustizia sociale, dell’odio di genere, della marginalità e della corruzione generando una tensione costante tra orrore e bellezza.
La smisurata quantità dei prodotti della violenza raccontati dall’artista messicana – il dolore, i morti, i corpi sfigurati, la crudeltà, l’impunità, il terrore, l’odio – converte la ricerca dell’artista in una vera e propria sfida. La rappresentazione della morte, in chiave più diretta come nell’opera Papeles (2003) o in chiave più metaforica come in Vaporización(2002) installata al PAC in una nuova versione, costituisce un tema cupo. A dominare è spesso l’impulso di arretrare al cospetto di esperienze a dir poco impensabili, come quelle raccontate quotidianamente dal giornale messicanoPM (2010) che in copertina affianca annunci pubblicitari a sfondo sessuale ad immagini di morti violente. La drammaticità delle opere di Margolles assedia e travolge lo spettatore con la crudezza dei suoi significati e delle sue immagini, ma lo affascina anche sotto forma di lussuosi e preziosi gioielli (Joyas, 2007) dal macabro contenuto.

Durante Art Week, la settimana milanese dedicata all’arte contemporanea, in occasione della quale l’artista presenta una performance tributo a Karla, prostituta transessuale assassinata a Ciudad Juárez (Messico) nel 2016. Un gesto forte, che lascerà una ferita aperta sui muri del PAC e vedrà protagonista Sonja Victoria Vera Bohórquez, una donna transgender che si prostituisce a Zurigo.  Ya basta hijos de puta’ (Ora basta figli di puttana) è stata rinvenuta  sul corpo decapitato di una donna, a Tijuana, città di frontiera nel nord  del Messico. Messaggi incisi o scritti sui cadaveri, abbandonati nello spazio  pubblico, sono tipici dei gruppi di narcotrafficanti, che usano questa modalità come avvertimento e intimidazione nei confronti di altre bande e per segnare il governo di un territorio. Teresa Margolles cita tale atto di violenza estrema per dire ‘basta’, fermiamo questa brutalità che non produce altro che morte e dolore.  Il suo è un messaggio che si rivolge al pubblico in mostra facendo un appello  al ‘noi’. In occasione della personale dell’artista al Museion di Bolzano (2011),  la frase è stata incisa con un martello pneumatico su una parete; al PAC, invece, essa è titolo e manifesto politico della mostra, riprodotta su migliaia  di poster messi a disposizione del pubblico all’ingresso del Padiglione.  Ya basta hijos de puta diviene così un grido collettivo che si alza  contro la violenza del narcotraffico e gli effetti che produce sulle persone,  sulle relazioni sociali, sull’uso degli spazi pubblici; è un grido contro il perpe-tuarsi dei crimini contro le donne; è un grido contro l’omertà e le mafie.  Se l’opera si riferisce in primo luogo al Messico, riguarda anche tutti quei contesti in cui la violenza agisce secondo dinamiche comuni, a partire  dal linguaggio. La frase contiene un insulto misogino che rivela quanto le  parole possano essere portatrici di violenza: l’espressione ingiuriosa ‘figlio  di puttana’ è una delle più comuni nel nostro paese. Con il linguaggio nominiamo le cose, diamo forma verbale e concettuale al mondo, e il suo  utilizzo ci dimostra quanti passi dobbiamo ancora compiere per raggiungere pari diritti di vivere una vita libera dalla violenza.

PAC Padiglione Arte Contemporanea Milano
28 marzo 20 maggio

www.pacmilano.it

Anna Chisari

 

 

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