I gladiatori di Squid Game!


E uno due tre stella! Il nuovo fenomeno mediatico è servito. E’ “Squid Game”, la serie sud-coreana in onda su Netflix da meno di un mese che sta polverizzando ogni record. In soli 29 giorni di programmazione ha raggiunto 111 milioni di spettatori: per fare un esempio, una delle serie più viste su Netflix, Bridgerton, si era fermata a 82 milioni di spettatori. Tutti pazzi per i giochi al massacro non molto diversi da quelli dei Gladiatori nei Colossei del fu Impero Romano! Una grande arena dove disgraziati, poveri, delinquenti e falliti a vario titolo si sfidano in semplicissimi giochi infantili per conquistare il ricchissimo montepremi contenuto in un porcellone trasparente che campeggia sulle loro teste. Sono tutti contro tutti, niente amici e niente sentimenti. Letterale, “Mors tua. Vita mea” Chi perde muore. Sparato dai guardiani, massacrato, sfracellato, ucciso da un altro giocatore. Solo uno risulterà vincitore. E per restare sui Gladiatori ci sono anche qui i Senatori, i cosiddetti VIP, che scommettono sui vincenti, alzano il pollice, mangiano e bevono su triclini con il viso nascosto da maschere preziose e fantastiche. Fino alla fine, il 9° episodio, non si sa chi paga e chi orgnizza tutto sto “ambaradan” e sopratutto perché lo fa! C’è tanta violenza, tanto sangue e tanta umanità che lotta per sopravvivere. Letterale, “Mors Tua, Vita Mea”. Certamente, il tutto travestito da contemporaneo, tecnologie, città con i grattacieli, scenografie surreali come i quadri di Escher, colorate e caramellose come la stanzetta di un bambino, tute uguali per i giocatori, tute uguali per i guardiani. I personaggi conosciuti e controllati in ogni loro mossa, in ogni loro debolezza. Niente di nuovo sotto il sole basti pensare alla violenza di alcuni episodi di “Black Mirror” o alla, talvolta, insopportabile visione di “The handmaid’s tale”. L’enorme successo della serie sta tutto nella sfida all’ultimo sangue, nella violenza che si fa modello di vita, nel solleticare il non tanto assopito animale che c’è in noi. Come per gli antichi Gladiatori non c’è scampo per i deboli, i paurosi e gli isterici. Come al Colosseo, come in Squid Game e come nella vita è determinante il “Fattore C” leggasi culo o fortuna. Tutto, ma proprio tutto, è giustificato per portare la pelle a casa e, assieme e più della pelle, per accaparrarsi l’enorme cifra messa in palio che può cambiare la vita e dare la possibilità di passare dall’altra parte. La parte di chi decide chi vive e chi muore. La parte di chi non ha bisogno di morire per vivere.

E siccome i bambini ci guardano e, soprattutto, guardano Netflix (nonostante la serie sia vietata ai minori di 14 anni) sono scattati gli allarmi di genitori e insegnanti che hanno individuato nei loro pargoli e nei loro alunni gesti e modi inusuali di giocare e premiare: bambine escluse dai giochi, bambini perdenti presi a scapaccioni, ditina a forma di pistola puntate sulle tempie dei compagnetti. I parenti dei piccoli si sono così spaventati che hanno lanciato on line una petizione per sospendere la serie. Allarmi giustificati, ma che arrivano tardi e che coinvolgono tanti, troppi discorsi relativi al concetto di infanzia nella nostra società. Un’infanzia molto spesso violentata dalla distrazione, dalla fretta, dalla stanchezza e dal disorientamento degli adulti. Non possiamo attribuire la responsabiltà della genitorialità e dell’educazione ad una serie tv. Del resto i Gladiatori ci sono da un bel po’.

Anna Chisari

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