Riace non è una favola


La vera storia di Riace un paese affacciato sullo Ionio, un borgo antico arroccato e quasi disabitato e una marina, dei quattromila e passa abitanti negli anni cinquanta che diventano milleottocento ai giorni nostri, e del suo sindaco visionario – fra i 50 uomini più influenti al mondo secondo Fortune – dei rifugiati accolti e integrati per ripopolare il borgo abbandonato è  stata narrata  dagli ispettori della prefettura di Reggio Calabria in un verbale, redatto «a seguito di attività ispettiva svolta in data 26 gennaio 2017». Per stile e contenuti: in prosa quasi poetica, e solo qualche formula di rito, il documento celebra il modello Riace, descrivendo l’ispezione nelle strutture del Cas (Centro di assistenza straordinaria), quindi in tutto il paese, come un racconto di viaggio, che parte dalla scuola («un tripudio di razze dietro i banchi»), passa per la mensa (il cuoco sahariano che prepara le pizze), per le botteghe dove si lavora il legno, il vetro, la ceramica, la lana, ed entra nelle abitazioni, «case vecchie e umili, ma pulite, ordinate, venate della mescolanza di uomini e donne di provenienza disparata, che portano in quelle case un piccolo tocco della terra natìa».

Il documento è stato diffuso insieme al resoconto di un’altra ispezione, pure di esito positivo, eseguita a Riace Marina, all’interno di uno spazio gestito dall’associazione Il Girasole. Per scelta degli estensori, la relazione su Riace «vuole essere più che altro uno strumento di comprensione di un fenomeno differente da quanto finora acquisito», si legge nella premessa. Dunque, c’era una volta Riace: «Un crocchio di case arricciate l’una sull’altra, che si scoprono al tornante della strada quasi d’improvviso, quasi nascoste, pochi istanti prima dai valloni selvaggi delle pendici aspromontane». È l’incipit del verbale. Che in circa 10 pagine fotografa uno spaccato di vita quotidiana all’interno del borgo fino alla marina, «un microcosmo strano e composito che ha inventato un modo per accogliere e investire sul futuro»: ci sono gli anziani al bar che giocano a carte «sotto una veranda stretta», i bambini a scuola, il parco giochi, un curdo che lavora il legno («dipinge a mano una bambolina»), le donne al telaio o affaccendate in casa. I terreni per il pascolo degli animali e gli orti terrazzati. Riacesi e rifugiati insieme. La prima ispezione, del dicembre 2016, invece, aveva prodotto risultati controversi: «I verbali riferivano anomalie nel funzionamento del sistema», spiega l’avvocato del sindaco, Andrea Daqua. Da qui è scattata l’indagine della magistratura sul sindaco Domenico Lucano per truffa e concussione. Il ministero dell’Interno poi ha bloccato i fondi, non riconoscendo più al Comune i bonus e le borse lavoro degli ultimi tre anni (pari ai 35 euro giornalieri stanziati per ogni migrante), strumenti indispensabili con cui il sindaco aveva fino a quel momento gestito gli immigrati e la loro economia. «Una circostanza – rilevano gli ispettori – che ha comportato difficoltà considerevoli». La richiesta ora è che debba essere corrisposto un acconto sul complessivo, «nelle more delle verifiche e degli adeguamenti strutturali e gestionali che sono stati e/o verranno segnalati al sindaco, anche da parte degli uffici ministeriali competenti».

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E’ di queste ore la notizia della marcia indietro del Ministero dell’Interno,  ad annunciarlo è stato lo stesso sindaco Mimmo Lucano, dopo quasi due anni di  blocco, i finanziamenti destinati ai progetti di accoglienza potrebbero essere ripristinati. Forse, qualcuno si è reso conto di quanto scritto sul verbale «Si ritiene che l’esperienza di Riace sia importante per la Calabria e segno distintivo di quelle buone pratiche che possono far parlare bene della regione». La firma è degli ispettori Francesco Campolo, Pasquale Crupi, Alessandra Barbaro, Maria Carmela Marazzita.

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