I racconti delle scale – la portineria


Lavoro qui da quando avevo 28 anni. Avevo studiato grafica all’Istituto Grafico Rizzoli, tre anni di corso per conoscere i segreti dell’impaginazione efficace, per capire cosa sono i giornali e la differenza tra loro, il pantone, le foto e tutto il resto. Lavoravo nella redazione di un grande giornale, ero caposervizio grafico e il Direttore mi aveva chiamato per iscrivermi al corso per giornalisti grafici, passare l’esame a Roma e prendere il tesserino da professionista. Avevo anche chiesto a Liliana di sposarmi, io avevo un buon stipendio e anche lei, aveva appena vinto il concorso al Fatebenefratelli come infermiera. Stavamo bene ed eravamo contenti di come andavano le cose nella nostra vita. Poi, è arrivato il maledetto computer. Io impaginavo incollando le strisciate che arrivavano dalla tipografia sulle gabbie con la colla Cow. La Cow era una colla dalla consistenza del miele e dall’odore indimenticabile, venduta in un barattolo di latta bianco e rosso con la parola Cow scritta gigante. Cow significa mucca, ma non era un riferimento all’animale, ma a quanto pare al signor Cow che l’aveva inventata.  Era un lavoro bellissimo e pieno di manualità. Alla mattina mi alzavo felice di andare al lavoro. Ma la maledetta tastiera, il mouse e il carcassone del computer a un certo punto hanno preso il posto di tutto il mio armamentario, questo mi ha totalmente spaesato. Quei macchinari mi facevano perdere tempo, non riuscivo a essere efficiente e brillante come sempre, ho cominciato ad avere attacchi di panico, mi sono messo in malattia per tre mesi e poi ho deciso di licenziarmi. Non ero in grado di cavalcare la rivoluzione digitale. Sono rimasto antico e senza lavoro. Su Secondamano, il giornale di inserzioni, ho trovato l’annuncio dove cercavano un custode tuttofare in un palazzo di 5 piani con quattro appartamenti a piano. L’impiego si sarebbe svolto dal lunedì al venerdì dalle 8 alle 13 e dalle 14 alle 18, offrivano uno stipendio buono, ferie pagate e un piccolo bilocale dietro la portineria. Ho telefonato immediatamente al numero indicato e ho fissato un appuntamento. Il colloquio con il ragionier Colombo, l’amministratore di allora, è andato benissimo, ha capito che non ero proprio uno scemo. Mi ha assunto dopo una settimana. Io e Liliana, nel frattempo ci eravamo sposati, abbiamo venduto tutto il nostro mobilio, abbiamo tenuto la camera da letto e il tinello, nel nostro piccolo bilocale non c’entrava altro e ho cominciato così il lavoro in questo palazzo. Ho ascoltato tutti, sono diventato il confidente di tutti i condomini, so vita morte miracoli e vizi.

Ognuno di loro si ferma in portineria con la loro verità da raccontare, con le loro lamentele sul governo, le tasse e il vicino di casa troppo rumoroso, il bambino del piano di sotto che strilla tutta la notte. Mi sono sempre sentito un prete dentro a un confessionale e a volte ho dato anche l’assoluzione, stando attento a non dare ragione a nessuno e a non accusare alcuno. La gente è capace di tirarti in mezzo e di metterti parole in bocca che non hai mai detto. È passata tanta di quella gente in questi anni che ormai non ricordo più neanche i nomi, dei vecchi proprietari sono rimasti in pochi. La signora Laura, una vera signora, è morta alla fine di questo inverno. E il Giovanni che abbiamo trovato morto nel suo appartamento dopo un mese. Da un paio di anni non lavo le scale, sono stanco e faccio fatica. Così ho chiesto all’amministratore che assumessero qualcuno che mi sostituisse, naturalmente togliendomi qualcosa dallo stipendio.  Si è offerta Maria di farlo, quella che abita nel deposito degli attrezzi ristrutturato. È molto brava e pulita, le scale sono linde e profumate, ma è una gran pettegola, racconta tutto di tutti, non si sa tenere un cecio in bocca e poi parla parla, grida e grida ed è fissata con le feste, fosse per lei ne farebbe una a sabato, ma alcuni condomini si sono già lamentati, dicono che si allarga troppo e non ha limiti. Liliana è già andata in pensione e io ci andrò fra tre anni, non abitiamo più nel bilocale dietro la portineria, con i risparmi abbiamo comprato un bell’appartamento nel palazzo di fronte. Dei nostri figli solo Luciano vive con noi, studia per fare il medico. Antonio fa il carabiniere a Ferrara, Rita ha comprato e ristrutturato una cascina ad Abbiategrasso e fa la contadina. Tutte le sere quando chiudo la portineria guardo le finestre illuminate e mi immagino tutte quelle vite e tutte quelle facce che mi saluteranno e che vorranno essere salutate l’indomani. Buongiorno Francesco.

Si conclude oggi il viaggio nel condominio intrapreso il 7 ottobre con “I racconti delle Scale”, con Francesco il custode si chiude il portone del palazzo. Si chiude la narrazione degli abitanti di un palazzo semiperiferico, che si sono animati per descrivere la propria casa, la propria vita dentro la casa. La casa e la vita si sono mostrati come facce della stessa medaglia in un intreccio di corridoi e sospiri, di living e aspirazioni, camere da letto e amori finiti. Le case sono piccoli mondi dove tutto succede e tutto si compie,  espressioni profonde di chi ci vive e le pensa. Una casa sa del proprio inquilino più di quanto il mondo possa immaginare.  I protagonisti si sono raccontati e si sono intrecciati, si sono incontrati, scontrati, non si sono visti. Un universo complesso e variegato di uomini e donne che soffrono, amano, vivono e gioiscono. Uomini e donne che occupano un luogo che li rappresenta, li rinchiude e a volte li uccide. Case come specchi e specchi come megafoni dell’IO.

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