Quando i Ponti crollano


Dopo aver letto tutto ciò che riguardava il crollo del ponte Morandi a Genova, dopo aver guardato ossessivamente le immagini in televisione, su fb, su instagram, dopo aver sentito i pareri di esperti, espertoni, politici e politiconi, dopo aver ascoltato le opinioni di panettieri, meccanici, soubrette e analisti economici, autostrade di terrore hanno attraversato le mie vene. Pezzi di sconforto si sono depositate dentro la mia pancia, piloni di cemento armato sono crollati sulla mia stabilità. Ho pianto e ho preso commiato dalle vittime che non conoscevo, ma che sono fratelli nella più viscerale umanità. Ho riflettuto sul fatto che alcuni eventi disastrosi raccontano, ahinoi, più di qualsiasi analisi, studio, saggio storico, il punto esatto dove è arrivata la società in cui accadono. Quando i disastri non sono naturali, ma causati dagli uomini, consapevolmente o inconsapevolmente, mostrano i conflitti, le fragilità, i non-sense della comunità che li subisce.

 

Tutto si mostra e tutto si dimostra nelle immagini apocalittiche degli attentati alle Torri Gemelle l’11 settembre, nelle foto strazianti delle vittime sulla Promenade des Anglais a Nizza dopo il passaggio del TIR assassino, negli occhi sbarrati di Josepha la migrante rimasta in mare per quarantotto ore aggrappata ai cadaveri dei suoi compagni, nel video infernale dell’incidente sull’A14 lo scorso 6 agosto,  gli esempi potrebbero continuare fino a riempire pagine e a farne libri. Questi eventi ci mostrano chi siamo, a cosa crediamo e dove stiamo andando senza giri di parole e senza ipocrisia, sono chiari, come sono chiari i fatti definitivi, senza se e senza ma, mostrano le nostre inesattezze, le nostre approssimazioni, le nostre incapacità e soprattutto i nostri egoismi. L’ obesità e la cecità delle nostre vite.  Il crollo del ponte genovese è straordinariamente simbolico per tantissimi motivi. I ponti, infatti, sono una manifestazione di curiosità, di voglia di conoscere l’altro, di necessità di spingersi oltre i propri confini. Il crollo del 14 agosto ha reso evidente la fine del patto di fiducia che gli italiani  sopravvissuti alla guerra, avevano stretto tacitamente, per ricostruire un paese per tutti, per dare possibilità a chiunque avesse voglia di fare, che fosse di destra o di sinistra, che fosse istruito o ignorante, che fosse ricco o povero.  Il viadotto che non c’è più è la fotografia dell’Italia di oggi, una nazione frammentata e divisa che non si vuol bene e che non vuol bene a nessuno, che regge finché può  su ciò che è stato, e che non ha futuro, poiché davanti c’è solo il baratro.

Anna Chisari

 

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